Mi piace quando le lingue fanno sembrare tutto più leggero. In francese anche la sofferenza suona come qualcosa che puoi affettare e spalmare di marmellata. In italiano invece il dolore è sempre maschile, definitivo, teatrale. Non puoi metterlo nel tostapane e sperare che migliori con un po’ di burro.
Però l’idea mi consola. Che magari a volte quello che chiamo “pain” è solo fame — di attenzione, di calma, di qualcuno che non mi faccia sentire scema per come mastico la vita.
E allora sì, forse il dolore è pane. Solo che non sempre è fresco.